Preghiera e Liturgia

3 Domenica di Avvento 2019

3Avvento2013bisLa gioia del Signore è la nostra forza.
«Gaudéte in Dómino semper» Fil 4,4-5.

Gaudéte in Dómino semper:
íterum dico, gaudéte,
Dóminus enim prope est.

Rallegratevi sempre nel Signore:  
ve lo ripeto, rallegratevi,
  
il Signore è vicino.
 
Fil 4,4-5.
Terza domenica di Avvento, è la domenica della gioia, cosiddetta «Gaudete», cioè Rallegratevi. 

Per ben 12 volte – 8 nella Prima Lettura, 1 nella Colletta, nel Prefazio e nella Preghiera dopo la Comunione – si ripetono queste parole: gioia, giubilo esultanza.
A queste 12 volte si aggiungono altre parole: - fiorisca, canti, coraggio, non temete...
Oltre a mostrare con un colore particolare delle vesti sacerdotali, il rosaceo - che si usa solo due volte l'anno -, viene ribadito il sentimento della gioia con parole volutamente scelte: «Si rallegrino il deserto e la terra arida perchè viene il Signore. Verrano in Sion con giubilo. Felicità perenne splenderà sul loro capo. Tristezza e pianto fuggiranno e li seguiranno gioia e felicità». Nel Vangelo Gesù suggerisce: «Andate - dice ai discepoli di Giovanni - e dite che i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i morti risorgono». «Dite»: cioè siate testimoni, annunciate la gioia… e siate felici anche voi! La gioia vera deriva dalla certezza che Dio è fedele alle sue promesse: «Dio è fedele per sempre». Domenica della «Gioia!»

Siamo vicini al Santo Natale, alla bellezza di una vita all'insegna della salvezza.
Di questo parla già la prima lettura con le parole del profeta Isaia, che annuncia il Messia: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio,
Egli viene a salvarvi». Questa è l’occasione propizia per parlare di una cosa che credenti e non credenti hanno in comune: il desiderio di essere felici. Tutti vogliono essere felici. Al solo sentire nominare la felicità, le persone, per così dire, si drizzano e ti guardano nelle mani per vedere se tu sia in grado di offrire qualcosa alla loro sete. Se potessimo rappresentarci visivamente l’intera umanità, nel suo movimento più profondo, vedremmo una folla immensa intorno a un albero da frutto, ergersi sulla punta dei piedi e protendere disperatamente le mani, nello sforzo di cogliere un frutto che però sfugge a ogni presa. La felicità, ha detto Dante, è «quel dolce pomo che per tanti rami cercando va la cura dei mortali». La ricerca della felicità è inserita nella Costituzione Americana come uno dei diritti fondamentali dell’uomo.

Ma allora, perché così pochi sono veramente felici e anche quelli che lo sono, lo sono per così poco tempo?
Io credo che la ragione principale è che, nella scalata alla felicità, sbagliamo versante, scegliamo un versante che non porta alla vetta. La Rivelazione dice: «Dio è amore»; l’uomo ha creduto di poter rovesciare la frase e dire: «L’amore è Dio!». Ancora, la Rivelazione dice: «Dio è felicità»; l’uomo inverte di nuovo l’ordine e dice: «La felicità è Dio!». Ma cosa avviene in questo modo? Noi non conosciamo in terra la felicità allo stato puro, assoluta, come non conosciamo l’amore assoluto; conosciamo solo frammenti di felicità, che si riducono spesso a ebbrezze passeggere: gioie di vetro che abbagliano per un istante, ma recano in sé l’angoscia di poter andare in frantumi da un momento all’altro. Quando perciò diciamo: «La felicità è Dio!», noi divinizziamo le nostre piccole esperienze; chiamiamo «Dio» l’opera delle nostre mani, o della nostra mente. Di questo tipo è la gioia cantata da Beethoven, nel finale della Nona Sinfonia, proposto come inno ufficiale europeo. La gioia vi è definita «scintilla degli dei». Una gioia che non basta per tutti e che perciò è riservata - si dice in quell’inno - solo a chi ha avuto in sorte una buona moglie o beve in compagnia degli amici». «Gioia, gioia!» Freude, Freude! è un grido di desiderio che resta senza risposta. Beethoven stesso, che lo compose, fu uno degli uomini più infelici. Questo spiega perché chi cerca Dio trova sempre la gioia, mentre chi cerca la gioia non sempre trova Dio. Chi cerca la felicità prima di Dio e fuori di Dio non troverà che un suo vano simulacro, «cisterne screpolate che non contengono acqua» Ger 2,13. L’uomo si riduce a cercare la felicità per via di quantità: inseguendo piaceri ed emozioni via via più intensi, o aggiungendo piacere a piacere. 
Solo Dio fa felici. Per questo il Salmo ci esorta: «Cerca la gioia nel Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore» Sal 37,4

Con Lui anche le gioie della vita conservano il loro dolce sapore e non si trasformano in angosce. Non solo le gioie spirituali, ma ogni gioia: la gioia di veder crescere i propri figli, del lavoro portato a termine, dell’amicizia, della salute ritrovata, della creatività, dell’arte, del contatto con la natura. E poi la gioia di uno sguardo profondo, di condividere cose importanti, una stretta di mano sincera, la gioia di pregare e di sentire Dio presente e vivo. Solo Dio ha potuto strappare dalle labbra di un Santo il grido: «Basta, Signore, con la gioia; il mio cuore non può contenerne più!». 
In Dio si trova tutto quello che l’uomo associa alla parola felicità e infinitamente di più, poiché «occhio non vide, orecchio non udì, né mai salì in cuore di uomo quello che Dio tiene preparato per coloro che lo amano» cfr. 1Cor 2,9.

Il traguardo finale che la fede cristiana addita all’uomo non è la semplice cessazione del dolore, come in altre religioni. È infinitamente di più: è l’appagamento di tutti i desideri. La Bibbia descrive la vita eterna con le immagini della festa, del banchetto nuziale, del canto e della danza. Entrare in essa è l’ingresso definitivo nella gioia: «Entra nel gaudio del tuo Signore!» Mt 25,21. È ora di cominciare a proclamare con più coraggio il «lieto messaggio» che Dio è felicità, che la felicità avrà l’ultima parola. Che la sofferenza serve solo a rimuovere l’ostacolo alla gioia, a dilatare l’anima, perché un giorno possa accoglierne la misura più grande possibile. «Ai poveri è annunciato un lieto messaggio». Sono parole pronunciate da Gesù nel Vangelo di questa domenica, dove «lieto messaggio» traduce la parola «Vangelo». Il Vangelo è annuncio di gioia! L’uomo ha finito per convincersi di dover scegliere tra Dio e la felicità. Forse inconsapevolmente abbiamo fatto di Dio il rivale, il nemico della gioia. Però la gioia è come l’acqua corrente: bisogna darne per riceverne.

«Fateci vedere la vostra gioia!» Is 66,5 dicevano agli ebrei, in tono di sfida, coloro che li avevano deportati.
Anche a noi cristiani, i non credenti rivolgono la stessa sfida: «Fateci vedere la vostra gioia!».
Come testimoniare la gioia?
San Paolo esorta i cristiani a «rallegrarsi sempre».
I credenti testimoniano la gioia quando sanno irradiare fiducia.
Per noi è l’esortazione che il profeta Neemia rivolge al popolo ebraico in un momento di grande afflizione: «La gioia del Signore è la nostra forza» Neemia 8.

Sia lodato Gesù Cristo.

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