2 di Quaresima 12 Marzo 2017

AbramoLa storia narrata nei primi undici capitoli del Libro della Genesi ha il sapore di un fallimento totale. Adamo ed Eva sono cacciati dal paradiso terrestre… Dio manda il diluvio sulla terra… un popolo di dispersi, dopo la vicenda della torre di Babele… fallimento su tutti i fronti: ogni cosa si allontana sempre più dalla benedizione di Dio. Tutto questo costituisce la premessa di un nuovo inizio, che sarà grazia, dono assoluto e divino.

Qualcosa di completamente nuovo appare sulla scena della storia. Il nuovo destinatario della promessa è un uomo, Abram. Di lui conosciamo l’albero genealogico, descritto nella seconda parte del capitolo 11. Abram è figlio di Terach e ha due fratelli: Nacor e Aran v. 26. Due annotazioni ci informano di una certa “fragilità” nel nucleo famigliare di Abram: Aran muore quando il padre è ancora vivente, dopo aver generato Lot. Ancora più pesante è l’altra notizia che riguarda direttamente il protagonista di questa nuova fase della promessa di Dio: la moglie di Abram, Sarai, è sterile e non ha figli. Queste notizie destano una certa meraviglia se consideriamo che, proprio su questa situazione, si riversa tutta l’abbondanza della benedizione divina affinché si diffonda nella discendenza di Abram. La promessa a lungo attesa sembra già destinata al fallimento nel grembo di una donna sterile.

Dopo l’assenza, nelle pagine precedenti della narrazione, del segno della vita e della speranza, nei primi 3 versi del capitolo 12 il termine “benedizione” ritorna per ben cinque volte…e la benedizione di Dio riemerge abbondante. Se nei primi capitoli della Genesi l’umanità intera era destinataria del favore divino, qui il discorso cambia radicalmente. Uno solo è riempito di benedizione, mentre l’umanità continua a vagare lontano dalle sorgenti della vita. Abramo diventa così il mediatore della benedizione per tutti i suoi discendenti. L’ingresso nella storia della salvezza passa ora attraverso la porta stretta dell’adesione personale. È un passaggio intenso quello dei primi versi del capitolo 12. L’assenza di benedizione si trasforma in abbondanza, parte da uno e si dilata fino a raggiungere tutte le famiglie della Terra v.3. Tutto questo però avviene nel segno di una povertà paradossale. L’eletto, il destinatario della promessa per tutti i popoli, colui che è chiamato ad essere il capostipite di un’umanità nuova, ha una moglie sterile.

Davanti a questa promessa, che offre un ricco dono ad una situazione che sembra renderlo subito vano, riflettiamo sull’atteggiamento di Abram. Nessuna parola esce dalla sua bocca come risposta, nessuna domanda di chiarimento. Un’irruzione così intensa della benedizione di Dio nella storia dell’uomo ha bisogno di spazio, tutto lo spazio di una vita interamente coinvolta nell’adesione a quel dono. Davvero non è importante come e dove si realizzerà la promessa: certamente si compirà. La forza del dono è così grande che sussiste in ogni situazione, purchè la libertà dell’uomo le conceda spazio. In patria o in terre lontane, nella forza della stabilità e dell’ambito famigliare oppure nella debolezza di un continuo e debole peregrinare, nella malattia o nella salute, attraverso i momenti di gioia e gli spazi della sofferenza, la salvezza di Dio si compie mescolandosi alla libera storia di ogni persona.

“Allora Abram partì” v.4 : con queste parole l’autore sacro descrive la risposta del chiamato alle parole intense di Dio. È un silenzio pieno di vita, il coraggio di cui aveva bisogno la benedizione di Dio per tornare ad irrigare, sulla terra, gli aridi campi del fallimento umano. Il testo, proseguendo nella narrazione, descrive la seconda risposta dell’eletto alle parole del suo Signore: “Allora Abram costruì in quel posto un altare” v. 7. Il destinatario della promessa segna in modo visibile le tappe del suo cammino. Quell’altare esprime che l’esperienza di Dio ha dato ragione al rischio coraggioso di esporsi a nuovi sentieri. La promessa della terra e della discendenza, i due contenuti fondamentali nelle attese del popolo di Dio, esigono il sì concreto dell’uomo. È una vita che cambia, l’inizio di un pellegrinaggio sempre segnato dalla fragilità, dal rischio. Questa esistenza che si trasforma, incamminandosi verso nuovi orizzonti, lascia spazio alla presenza del Creatore, diventa capace di condividere il cammino di Dio tra le vicende degli uomini, un amore esteso a tutte le famiglie della terra, inizia a manifestarsi sul volto di Dio. Abramo è chiamato per essere inviato. Dall’ascolto nasce il cammino di una vita e oltre la vita. Abramo è chiamato per essere sorgente. Non si costruisce nulla senza un cammino interiore profondo, una scoperta profonda e intima di Dio.

Sul monte Tabor Gesù manifesta quale vita e luce splende nell'uomo abitato da Dio. Qui, e solo qui, l'uomo trova beatitudine e bellezza: “È bello per noi stare qui”.

Ecco la sintesi di questa seconda Domenica di Quaresima:
in una immagine: Marc Chagall, Il sacrificio di Isacco – Nizza, Museo Nazionale del Messaggio Biblico;
in un verbo: ASCOLTARE.

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