Preghiera e Liturgia

Domenica in Albis 2022

Pasqua2022CimiteroDobbiamo essere molto grati all’Apostolo del dubbio!
Invece di toccare, fu Lui ad essere toccato nel cuore.

Domenica in Albis. Il Signore ci sta davanti vivo e ci aspetta sempre. Egli si rivela così che anche noi possiamo essere illuminati dalla novità della sua Risurrezione. Da alcuni anni la Domenica in Albis è denominata anche la «Domenica della Divina Misericordia», come disse Gesù a Santa Faustina Kowalska a Vilnius, capitale della Lituania, nel 1935. No, non abbiamo più bisogno di vedere e di toccare per credere. Cristo Risorto ci raggiunge e ci tocca. La misericordia e la santità ci salvano.

«Celebrate il Signore perché è buono,
perché eterna è la sua misericordia
» Sal 117,1.
Ecco l’esclamazione che abbiamo cantato nel Salmo: eterna è la misericordia del Signore! Lasciamoci condurre dalla liturgia nel cuore dell’evento di salvezza, che unisce la morte e la risurrezione di Cristo alla nostra vita. Questo prodigio di misericordia ha radicalmente mutato le sorti dell’umanità. È un prodigio in cui si dispiega in pienezza l’amore del Padre che, per la nostra salvezza e redenzione, non indietreggia neppure davanti al sacrificio del suo Figlio.

Con questi sentimenti, celebriamo la Domenica in Albis che, per volontà del Santo Padre Giovanni Paolo II è chiamata anche «Domenica della Divina Misericordia». Come non ricordare Suor Faustina Kowalska, testimone dell’amore misericordioso del Signore. Il messaggio di cui ella è portatrice costituisce la risposta che Dio vuole offrire alle domande e alle attese degli uomini di questo nostro tempo, segnato da immani tragedie. A Suor Faustina Gesù disse un giorno: «L’umanità non troverà pace, finché non si rivolgerà con fiducia alla divina misericordia» Diario, p. 132. Ecco il dono pasquale che la Chiesa riceve dal Cristo Risorto e che offre all’umanità.
 
La prima settimana che seguì alla Risurrezione passò per gli Apostoli in uno stato d’animo un po’ complesso. Il Risorto compariva e scompariva, era Lui certamente: quel tono caldo e forte, quella maestà affascinante che veniva conquistando il pieno assenso del loro spirito. Fra essi mancava però Tommaso, e la fede di Tommaso nel Risorto nasce in un dialogo concitato che è nel suo significato la conclusione di tutto il Vangelo.
Sembra quindi che Tommaso sia in lotta col dubbio. Ma c’è dubbio e dubbio. C’è anzitutto il dubbio di colui che si allontana dalla verità, di chi cerca il pretesto e il diversivo per non credere, per lasciare l’interrogazione dello Spirito a mezz’aria e sempre aperta: è il dubbio scettico, che dilaga nelle epoche di decadenza e di raffinatezza, ed è frutto di estenuazione dello spirito che non sopporta più la tensione per l’Assoluto e la spinta estrema dell’amore incondizionato di Dio. Non è questo il dubbio di Tommaso: egli ha sofferto non meno degli altri per la perdita del Maestro Gesù e cerca sinceramente la verità, ma la vuole definitiva e di uno spessore che resista all’attacco di qualsiasi dubbio. Tommaso vuole fare il processo alla propria fede: vuole vedere e toccare il suo Gesù nei fori dei chiodi e mettere la mano nel suo costato aperto. Povero e caro Tommaso: come si vede che è l’amore, esasperato dal dolore, e non scetticismo che lo fa spropositare! Se Gesù era risorto e tutto il suo essere era glorificato, se era entrato a porte chiuse superando ogni barriera fisica, perché doveva portare quei fori nelle mani e nei piedi e quella ferita aperta nel costato, tanto da lasciar passare proprio la sua mano? Ma tant’è proprio dell’amore perdere il senno, ma sono anche gli spropositi dell’amore che tengono in piedi questo mondo decrepito, consunto dai dubbi della ragione. E in fondo tocca ammettere che Tommaso aveva ragione, a modo suo: occorreva infatti un’evidenza fisica assoluta dell’identità fra il Morto e il Risorto, un’evidenza cioè che attestasse ai sensi la continuità tra la morte di Croce e la Risurrezione, fra i fori dei chiodi e la ferita del costato e le loro impronte gloriose.
 
Erano stati i documenti sensibili della morte; se Gesù era risorto, non gli nuocevano più ma dovevano splendere nell’evidenza della nuova vita.
E Gesù esaudisce Tommaso alla lettera, ripetendogli parola per parola quella richiesta che era una sfida e una implorazione di amore intenso: il rimprovero discreto è congiunto al premio più estasiante, quale è la contemplazione diretta di quei segni dell’amore. Avrà messo davvero Tommaso il dito nei fori dei chiodi? Avrà avvicinato la sua mano al costato del Figlio di Dio risorto? Il Vangelo non lo dice, ma ci presenta Tommaso rapito in un atto di Fede completo: «Mio Signore e mio Dio!». Gli è bastato vederli quei segni e soprattutto sentire quella voce. Gli Apostoli avevano creduto, ma tacitamente e non avevano ancora indirizzato alcuna parola al Risorto. Si può dire che è a Tommaso che Gesù dà la prova definitiva della Risurrezione: «Guarda queste mani che furono confitte in croce, e poni la mano nel costato trapassato dalla lancia e riconosci in me l’identico che è stato Crocifisso in croce». Quelle parole man mano che uscivano da quelle labbra, nella luce di quello sguardo di dolce  rimprovero verso l’Apostolo come un amante deluso, trafiggevano di gioia Tommaso che uscì nell’invocazione: «Mio signore e mio Dio!». La Maddalena, nel mattino di Pasqua, sentendosi chiamare per nome, era uscita nel grido d’amore: «Maestro mio!». Tommaso, diventato subito buon teologo, come osserva San Tommaso d’Aquino, fa una completa professione di fede: infatti dicendo «Mio Signore» attesta la vera umanità di Cristo, e con l’invocazione: «Mio Dio!» dà la sua totale adesione alla divinità del Verbo incarnato ed è la prima volta che essa viene esplicitamente professata dopo la confessione di Pietro in Cesarea di Filippo. Dobbiamo essere molto grati all’Apostolo del dubbio!
Tommaso voleva mettere il dito nei fori; voleva trapassare col suo dubbio ancora quelle mani e aprire ancora quel costato:
ed Egli, il fortunato, vide attonito e stupito che i fori e la piaga erano ancora aperti, ma freschi. Invece di toccare, fu Lui ad essere toccato, ad essere scosso da un brivido, da una certezza invadente, da una carezza sobria e potente che lo riportava alto e sicuro nella gioia che lo invadeva.
Gesù è certamente soddisfatto della pronta e incondizionata confessione dell’Apostolo, ma vuole una fede ancora più perfetta, quella che non ha bisogno di vedere per credere, ma essa stessa è luce interiore che trapassa l’incertezza della realtà: «Tu hai creduto, perché hai veduto; beati coloro che hanno creduto senza aver veduto». Ma cosa mai Tommaso avrà veduto? Ha veduto ciò che è contrario alla ragione: vede delle piaghe che non davano sangue, ma luce e gioia... cioè un morto risuscitato e un ferito a morte nella pienezza della vita, e in questo senso la cosa in fondo non avrebbe dovuto aiutarlo a credere: di qui si conferma che il dubbio di Tommaso non era la scettica indifferenza, ma l’attesa tormentata dell’amore. E il suo immediato passaggio, prova il timbro genuino della sua Fede: la certezza dei sensi è un semplice punto di partenza per l’affermazione della verità, che deve essere fatta dall’uomo mediante l’impegno della sua personalità e questo impegno, quando ha per oggetto la vita eterna in Dio, è la fede teologica. C’è quindi una fede iniziale, imperfetta, che parte dall’esterno e si muove verso l’interno per catturare il consenso dell’anima: è la Fede che cerca i criteri esterni di credibilità; la realtà dei miracoli, la veridicità delle profezie, il compimento storico delle promesse di Cristo, una Fede che ha l’apparenza di un processo che l’uomo vuol fare a Dio stesso. Questo processo non è affatto vietato, perché Dio rispetta nell’uomo la libertà e vuole che la fede sia una scelta consapevole del rischio che è il credere e del fondamento che lo sostenta.
È Fede preparatoria quindi e stadio di passaggio che deve portare alla Fede che vive della certezza già conquistata e consolidata. Questa è la fede che vive dell’amore, che parte dall’interno verso l’esterno, che si irradia nell’anima e investe il ritmo profondo della vita dell’uomo in Dio: è la Fede che non esige più nulla per sé ma tutto per Dio, che non cerca nulla per sé ma si offre senza condizione, che accetta la sofferenza, l’umiliazione, l’abbandono… Anzi ne gioisce in ossequio alla segreta e dolce volontà di Dio. Questa Fede non ha più bisogno di miracoli, ma essa stessa è continuo miracolo ed è operatrice di miracoli: il miracolo che una povera creatura umana talmente si inabissi nel Divino Amore fino a cercare l’umiliazione, a fuggire la seduzione delle bellezze del mondo e a dilettarsi soltanto nelle celesti contemplazioni. È questa la fede di coloro che restano sereni nel tradimento, che sono lieti nel dolore e forti nella prova e nel pericolo… perché leggono nel mondo che si allontana il segno dell’avvicinarsi di Dio.
 
Maria, Madre di Misericordia, fa’ che manteniamo sempre viva questa fiducia nel tuo Figlio Risorto dai morti.
 
Aiutaci anche tu, Santa Faustina, che oggi ricordiamo con particolare affetto. Insieme a te vogliamo ripetere, fissando il nostro sguardo sul volto del divin Salvatore:
«Gesù, confido in Te».
Oggi e sempre. Amen.
 

gesu misericordiosoCorona alla Divina Misericordia.
 Segno della Croce.
 Orazione nell'Ora della Misericordia (tre pomeridiane):

Gesù, Tu sei appena morto e già una sorgente di vita è sgorgata per le anime.
O sorgente di vita, incomprensibile misericordia di Dio, avvolgi il mondo intero e riversati su di noi.
O Sangue ed Acqua che scaturisci dal Cuore di Gesù, come sorgente di misericordia per noi, confido in Te.
 
Padre Nostro.
Ave Maria.
Simbolo degli Apostoli (o Credo).

 
Su ogni grano maggiore del Rosario, in luogo del consueto Padre Nostro, si dica:
Eterno Padre,
Ti offro il Corpo e il Sangue, l’anima e la Divinità del Tuo dilettissimo Figlio e Signore nostro Gesù Cristo,
in espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero.
 
Su ogni grano minore, in luogo dell'Ave Maria, si dica:
Per la Sua dolorosa Passione,
abbi misericordia di noi e del mondo intero.
 
Alla fine della corona si ripeta per tre volte:
Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale,
abbi pietà di noi e del mondo intero.
 
Dio, Padre Misericordioso, che hai rivelato il Tuo amore nel Figlio Tuo Gesù Cristo,
e l'hai riversato su di noi nello Spirito Santo Consolatore,
Ti affidiamo oggi i destini del mondo e di ogni uomo.
Chinati su di noi peccatori, risana la nostra debolezza, sconfiggi ogni male,
fa' che tutti gli abitanti della terra sperimentino la Tua Misericordia,
affinché in Te, Dio Uno e Trino, trovino sempre la fonte della speranza.
Eterno Padre, per la dolorosa Passione e la Resurrezione del Tuo Figlio,
abbi misericordia di noi e del mondo intero. Amen.
Giovanni Paolo II.
 
O Sangue e Acqua, che scaturisti dal Cuore di Gesù come sorgente di misericordia per noi, confido in Te!
Gesù, confido in Te!

Stampa