Pentecoste 2019

VeniSancteSpiritus«Veni Sancte Spiritus» Sequenza di Pentecoste.
«Invadi nell'intimo il cuore dei tuoi fedeli».

Luca ci racconta che, dopo l’Ascensione di Gesù, per nove giorni la comunità delle origini è raccolta nel Cenacolo a Gerusalemme ad attendere in preghiera il dono dello Spirito. Di solito noi citiamo come icona della comunità primitiva il testo di cui parla il Libro degli Atti degli Apostoli «Erano un cuor solo e un’anima sola». La prima icona invece, della comunità delle origini è quella con i Dodici, tutti riuniti attorno a Maria e raccolti in una lunga, interminabile, orante invocazione per la venuta dello Spirito. E lo Spirito Santo verrà con forza e con potenza e renderà quegli uomini e quelle donne testimoni della Risurrezione di Gesù. Anche oggi riviviamo qui in questa Chiesa e in questa Santa Eucaristia, la preghiera e l’invocazione allo Spirito Santo. La sequenza della Pentecoste è chiamata «aurea»...
per la ricchezza del pensiero, per la grande devozione, per la sua bellezza poetica. È stata composta fra il 1150 e il 1250, forse da Stefano Langton, Abate di Canterbury.

Veni, Sancte Spíritus,            Vieni, Santo Spirito
et emítte caélitus                   manda a noi dal cielo
lucis tuæ rádium.                  un raggio della tua luce.
 
«Vieni, Santo Spirito».
L’inizio è caratterizzato dai quattro inviti delle prime due strofe: «Vieni, vieni, vieni, vieni!». Con questo incalzante «vieni», noi esprimiamo la lunga attesa, la nostalgia, l’invocazione perché ci sentiamo anche oggi donne e uomini senza lo Spirito. La nostra è una religione che è rimasta quasi senza lo Spirito. C’è in giro molto spiritualismo, ma si tratta di uno spirito debole, fiacco, che ha come obiettivo quello di realizzare l’armonia fisica, psichica e persino spirituale del proprio «io». Ma questo non è lo spirito, quello Santo!
«Vieni, Santo Spirito». Lo Spirito, quello Santo, soffia «dove e come vuole» è sempre da invocare, è sempre un dono dall’alto, è sempre il dono del Padre. Nella sequenza sorge spontanea l’implorazione dell’effusione dello Spirito, una nuova Pentecoste. Il verbo «venire» ci ricorda la figura di Cristo che viene a noi cfr. Gv 1,14 e dello Spirito Paraclito, che viene a noi, si effonde su di noi, penetra in noi. Così nell’incarnazione Lc 1,35 e nell’Eucaristia con le due epiclesi: invocazioni al Padre perché effonda lo Spirito che trasforma il pane e il vino nel Cristo (prima epiclesi) e trasforma i nostri cuori, perché siano degni della comunione eucaristica (seconda epiclesi).
L’implorazione inizia con insistenza: «Vieni, vieni, vieni, vieni!» e si realizza così la promessa di Gesù di inviarci un altro Consolatore che «rimanga con noi per sempre» Gv 14,17;14,26;16;14.
«Manda a noi dal cielo un raggio della tua luce». La luce è in rapporto diretto con la vita; è la prima realtà creata da Dio: «Sia la luce!» Gen 1,3. Con la luce la bellezza del creato si mostra a noi. Nella luce vediamo le cose, gustiamo i colori, la vita ci si presenta in tutto il suo splendore. Nelle tenebre della notte tutto è nascosto, tutto si nasconde e tace. Alla luce dell’alba le creature si risvegliano in una esplosione di gioia, tutto brilla e canta in allegria. Giovanni nel prologo dice del Verbo: «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini» Gv 1,4. Quando nasce un bambino, diciamo che è venuto alla luce.  

Veni, pater páuperum,            Vieni padre dei poveri,
veni, dator múnerum,             vieni, datore dei doni
veni, lumen córdium.              vieni, luce dei cuori. 
 
La preghiera è animata dall’abbandono, dalla fiducia, dalla speranza; con la preghiera ci riconosciamo bisognosi di aiuto. Il superbo, l’orgoglioso, l’egoista rifuggono la preghiera. In questa invocazione possiamo anche intravedere un appello alla presenza delle Persone trinitarie.
«Vieni padre dei poveri!» Lo Spirito procede dal Padre poiché «ogni buon regalo e ogni dono perfetto proviene dall’alto e discende dal Padre della luce » Gc 1,17.
«Vieni, datore dei doni!» Lo Spirito procede anche dal Figlio, per mezzo del quale «tutto è stato fatto e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» Gv 1,3.
«Vieni, luce dei cuori!» Lo Spirito è luce dei cuori, perché è «Spirito di verità» Gv 14,17. Agostino afferma: «Interior intimo meo - Più intimo del mio intimo»; ci guida «alla verità tutta intera» Gv 16,13 e ci ricorda tutto ciò che Gesù ci ha detto Gv 14,26.

Consolátor óptime,                Consolatore perfetto,
dulcis hospes ánimæ,             ospite dolce dell’anima,
dulce refrigérium.                  dolcissimo sollievo.

La consolazione viene solo da Dio. Lui è la roccia sicura ove rifugiarsi nei momenti della grande sventura. Dio non solo dà sollievo al cuore, ma dà forza (conforto nel senso etimologico della parola), trasforma il cuore, libera e salva. «Ti amo, Signore mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore, mio Dio, mia rupe in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza» Sal 18 (17), 2-3. Lo Spirito appare con il titolo del Paraclito, che in latino viene tradotto con Consolator, in greco Parákletos che vuol dire non solo consolatore, ma anche intercessore, avvocato, suggeritore, accompagnatore. È un termine intraducibile: è come un diamante che ha molte facce, una perla luminosa.
«Ospite dolce dell’anima». Ha un sapore di paradiso. «Dio ci ha fatto dono del suo Spirito» 1 Gv 4,13. «E dove c’è lo Spirito del Signore c’è la libertà» 2 Cor 3,17; liberi, ricolmi di gioia , di pace, di speranza, di vita, pregustiamo il paradiso. La dolcezza dell’ospitalità la esprime nell’anima specialmente lo Spirito Santo; la esprime come profonda bontà, pace, gioia, che scioglie ogni durezza di cuore, placa ogni turbamento e inquietudine, allevia il peso della croce e dona la gioia nel dolore. Scomparsa ogni tristezza, ogni paura, ogni angoscia, l’anima può dire allo Spirito: «Dolcissimo sollievo!».

In labóre réquies,                  Nella fatica, riposo,
in æstu tempéries,                 nella calura, riparo,  
in fletu solácium.                  nel pianto, conforto.

La fatica quotidiana, il pianto della prova e del dolore. Sentiamo in queste parole l’eco delle parole di Gesù: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati ed oppressi , e io vi ristorerò» Mt 11,28. Noi siamo spesso stanchi ed affaticati sul piano morale e spirituale. Gesù ci ristora con la sua presenza, il ritrovarlo nella celebrazione dell’Eucaristia e nei Sacramenti ci dà la forza di riposare. Nel pianto ci soccorre, ci conforta, ci rialza. «Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha il cuore contrito» Is 66,2. «Chiedete e troverete, bussate e vi sarà aperto»: il mistero della preghiera insistente, perseverante!

O lux beatíssima,                   O luce beatissima,
reple cordis íntima                 invadi nell’intimo
tuórum fidélium.                    il cuore dei tuoi fedeli.

È una implorazione che sale dalle tenebre, senza la luce e la forza dello Spirito ne siamo spesso sommersi. Brancoliamo nel buio di dubbi e di problemi non risolti; sperimentiamo il doloroso vuoto del cuore, privo d’amore, di gioia, di pace. Imploriamo lo Spirito, perché ci illumini e ci guidi «alla verità tutta intera» Gv 16,13; ci aiuti a realizzarla nella nostra vita: «Lo Spirito vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto» Gv 14,26. Preghiamo per quelli che l’hanno spento nella loro vita. Preghiamo con Manzoni nella Pentecoste: «Noi t’imploriam! Placabile – Spirito discendi ancora, – ai tuoi cultor propizio, – propizio a chi t’ignora».

Sine tuo númine,                   Senza la tua forza,
nihil est in hómine,               nulla è nell’uomo,
nihil est innóxium.                nulla senza colpa.

Fare esperienza della debolezza umana, della nostra impotenza, nonostante i propositi, le sincere intenzioni; debolezza e impotenza non solo nelle azioni, ma anche nei pensieri: accettare con umiltà questa situazione, è una garanzia del nostro cammino verso Dio. Pietro disse a Gesù: «Signore, con te sono pronto a subire il carcere e anche la morte» cfr. Lc 22,33. Pietro è indubbiamente sincero, ma Gesù sa che cosa c’è nel cuore dell’uomo e non ha bisogno che alcuno glielo dica cfr. Gv 2,24-25, «Non ora , Pietro, ora non puoi seguirmi, mi seguirai più tardi » cf. Gv. 13,36.

Lava quod est sórdidum,       Lava ciò che è sordido,
riga quod est áridum,           bagna ciò che è arido,
sana quod est sáucium.        sana ciò che sanguina.

L’uomo senza la fede e senza lo Spirito è nulla Il «nulla» ci richiama, il deserto, l’abisso, il peccato. Scegliamo la via del semplice abbandono: «Beati i puri di cuore» Mt 5,8. Dio «non è lontano da ciascuno di noi » dice Paolo agli Ateniesi: «In lui, infatti, noi viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» At 17,27-28. Perché il nostro sguardo sia limpido, purifichiamo il nostro cuore: «Crea in me, o Dio, un cuore puro… Un cuore affranto tu, o Dio, non disprezzi » Sal 51(50),12,19.

Flecte quod est rígidum,        Piega ciò che è rigido,
fove quod est frígidum,          scalda ciò che è gelido,
rege quod est dévium.           drizza ciò ch’è sviato.

Lo Spirito fa suoi i nostri limiti, le nostre imperfezioni, le nostre impotenze, perfino i nostri peccati. «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza » Rm 8,26. Lo Spirito completa ciò che in noi è incompleto, perfeziona ciò che in noi è imperfetto, purifica ciò che in noi è impuro, sana ciò che in noi è malato. Lo Spirito trasforma il nostro cuore, secondo la profezia di Ezechiele: «Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati. Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò  da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne » Ez 36,25-26.

Da tuis fidélibus,                   Dona ai tuoi fedeli, 
in te confidéntibus,                che solo in te confidano,
sacrum septenárium.             i tuoi santi doni.

La prima cosa che lo Spirito ci domanda è la totale fiducia in lui, l’abbandono. Noi ci abbandoniamo a Lui, perché non siamo stati noi per primi «ad amare Dio; ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio» 1Gv 4,10 e «Ci ha fatto dono del suo Spirito». «Abbiamo noi riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi» 1Gv 4,16. La casa, il lavoro e gli impegni sono quelli di sempre; ma interiormente e anche esteriormente c’è qualcosa di nuovo, di importante.  Il santo timore di Dio o amoroso rispetto per il Padre nostro celeste, la coscienza della nostra piccolezza e l’esperienza della maestà divina Sal 139(138). La fortezza ci permette di combattere con le armi stesse di Dio: la fede, la speranza, la carità, la preghiera. Il consiglio che è dono dello Spirito, dà all’anima la capacità dell’ascolto interiore, le fa cogliere la Voce che parla nel più intimo del suo intimo: «Interior intimo meo». Impariamo a distinguere nella nostra vita, le sfumature più delicate, quello che piace a Dio. «Il Consolatore, lo Spirito Santo, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto» Gv 14,26. La pietà ci fa sperimentare la tenerezza di Dio verso di noi, suoi figli. La scienza ci fa vedere le creature con l’occhio di Dio. La sapienza ci dà il gusto di Dio, delle realtà divine.

Da virtútis méritum,              Dona virtù e premio,
da salútis éxitum,                  dona morte santa,
da perénne gáudium.            dona gioia eterna.

La sequenza aurea si era aperta con una visione di cieli lontani dai quali imploravamo: «Vieni! Vieni! Vieni! Vieni!»
Ora si chiude nella pace e nella sicurezza del dono. Si ripete, in conclusione, il verbo «donare». Ricordiamo le parole di Paolo nella lettera ai Romani: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti, secondo i disegni di Dio» Rm 8.

Così lo Spirito trasforma tutta la nostra vita per il tempo e per l’eternità.
Sì lo credo, lo spero, ne sono sicuro, per il tempo e per l’eternità.

Sia lodato Gesù Cristo.

Stampa